Marco Pannella
un eretico liberale nella crisi della repubblica- on line
La dia spora
radicale

Un'irresistibile pulsione alla
dissoluzione
Come si spiega che Pannella, campione del liberalismo, ha affrontato
disarmato il crollo del regime nonostante avesse tutti i numeri per divenire un
riferimento del nuovo corso che si annunciava all'insegna della liberalizzazione della
politica? Per tentare una risposta occorre capire perché il leader radicale ha voluto
dissolvere la forza politica da lui stesso creata facendo esclusivamente affidamento sulla
propria solitaria leadership. Il suo è stato un puro caso in cui la
personificazione politica spinta oltre ogni misura, da potenziale elemento di forza è
divenuta effettiva debolezza.
Non si deve dimenticare che Pannella è sempre stato il capo radicale
riconosciuto e in questa sua funzione, oltre che nell'immagine, non è mai stato
seriamente insidiato: nel PR ha assolto fin dall'inizio le molteplici funzioni di
fondatore, organizzatore e gestore che gli hanno assicurato un controllo completo delle
più importanti operazioni politiche. Quel che era andato modificandosi nel corso del
tempo riguardava i connotati del piccolo e singolare partito fattisi più complessi della
semplice identificazione con il leader: il pannellocentrismo era divenuto solo una parte
di una realtà più articolata costituita da militanti e quadri politici.
Con lo svolgimento annuale dei congressi e con la continua formazione
di gruppi ad hoc per perseguire obiettivi particolari, già a metà degli anni
settanta i radicali disponevano a tutti gli effetti di una forza politica consolidata
attraverso successive stratificazioni. E dopo il '76, con gli eletti in Parlamento tra cui
figuravano, di legislatura in legislatura anche personalità fortemente caratterizzate e,
autonome (penso, per esempio, tra gli esterni a Leonardo Sciascia, Enzo Tortora, Gianluigi
Melega e Bruno Zevi, e tra gli interni a Mauro Mellini, Gianfranco Spadaccia e Francesco
Rutelli), la vita politica del PR Si faceva, per così dire, nìultidimensionale nelle
istituzioni oltre che nel paese, nei gruppi militanti e nelle realtà locali oltre che con
la Radio Radicale. Di questo organismo Variegato Pannella rimaneva sì l'ispiratore e la
guida, ma tuttavia l'azione politica radicale non poteva più essere ridotta
esclusivamente :Ala sua sola persona.
Ed è proprio questo partito in cui si inverava una realtà composita
di molti individui, di plurime strutture e di una gamma di iniziative politiche, che Marco
Pannella cominciò a percepire come un ostacolo percepito in maniera ambivalente. Da una
parte ne avvertiva la necessità perché altrimenti non avrebbe potuto condurre la
sistematica guerriglia contro la partitocrazia con azioni fortemente organizzate.
Dall'altra, ne era infastidito perché lo riteneva riduttivo del proprio carisma di fronte
al mondo politico e alla pubblica opinione dal momento che alcuni esponenti radicali si
sottraevano al suo diretto controllo o non si comportavano da pure appendici della sua
personalità.
Si aggiunga, inoltre, che nel leader si manifestava una fortissima
volontà di imprimere alla vita dell'intero partito un profilo anche esistenziale. Tutto
doveva, a suo avviso, identificarsi nell'atto politico senza che strutture di qualsivoglia
tipo si interponessero tra gli obiettivi postulati e la loro realizzazione. Traspariva da
questa concezione che improntava abitudini quotidiane quel carattere comunitario del
partito secondo cui il vero collante doveva trovarsi nell'adesione alle volontà del capo.
Ammaestrato dai vizi partitocratici che avevano reso la maggior parte dei partiti italiani
"pesanti", Pannella coltivava la metafisica del partito "leggero",
volendo a ogni costo evitare che il gruppo radicale vivacchiasse autoperpetuandosi e
producesse abitudini burocratiche piuttosto che battaglie politiche. La sua aspirazione
alla radicale diversità, si sarebbe appagata solo in un organismo che fosse continuamente
in grado di nascere, morire e risorgere sia nelle strutture che negli uomini, e che quindi
non conservasse memoria, tradizione e patrimonio ideale altri da quelli sedimentati nella
persona del suo leader.
Queste le ragioni di fondo all'origine dello smantellamento del Partito
Radicale che trovò sanzione formale al congresso di Budapest dell'89, allorché venne
deliberata la fine di un'esperienza partitica con una decisione che portava a compimento
un indirizzo da tempo coltivato nelle più profonde pulsioni di Pannella, come traspare
dalle dichiarazioni ripetute negli anni. Già nel lontano ottobre '76 alla vigilia di un
congresso sosteneva: "Se dovessi constatare che il congresso ha avuto un esito
inadeguato alla necessità, io mi sento libero di mollare tutto per riconquistare da solo,
senza obblighi collettivi, una diversa base di esistenza di vita, anche politica".
Più vicino alla svolta, nell'agosto '86, prima di un. altro congresso,
dichiarava: "Andremo ad approvare un progetto di cessazione di attività. Per quanto
mi riguarda sono fortemente determinato a difendere questa tesi... Prepariamoci a sapere
che dovremo assumere le nostre solitudini e quindi le future altre amicizie, gli altri
amori, le altre compagnie". In Jugoslavia, nel gennaio '88, era maturato il tempo per
affermare: "Occorre un momento di rottura tra questo partito che non c'è più e un
altro che non c'è ancora... Non mi chiedete di andare avanti senza rottura di
continuità... E PR attraverso l'integrità del suo modo di essere è divenuto qualcosa
che supplisce la chiesa cattolica, essendo una forza attrezzata a comprendere la questione
del corpo". E ancora, a Gerusalemme, nell'ottobre '88, proclamava: "Occorre
sbarazzarsi dell'utensile partito... Un utensile che ti divora è un cattivo utensile,
diviene un feticcio, un mostro interiore". Infine, a Bruxefles, nel gennaio '89:
"Occorre la chiusura di qualcosa e la costituzione di qualcos'altro. Devono
intervenire nella costituente altri elementi con altre storie e patrimoni che
confluiscono" (1).
A conclusione di questo percorso di Partito Radicale decideva di non
essere più presente sulla scena italiana come un partito competitivo con gli altri, di
non andare alle elezioni e di porre nel proprio simbolo il volto del mahatma Gandhi come
insegna della nonviolenza. Era così formalmente decretata la fine della "rosa nel
pugno" sotto le cui bandiere si erano raccolti tanti appassionati cittadini che per
la prima volta nell'Italia repubblicana avevano vissuto una militanza civile in una
dimensione laica e liberale non elitaria al di fuori delle egemonie della sinistra
comunista e del mondo cattolico. Nel dissolvere il Partito Radicale che aveva realizzato
con successo le più rilevanti battaglie per i diritti di libertà, Pannella conseguì un
duplice obiettivo. Da una parte realizzava la sua pulsione alla rottura con un passato
organizzato rimanendo il solo arbitro di una traiettoria politico-ideale, e dall'altra
inseguiva nuovi progetti non privi di un nobile fascino. Il suo obiettivo era di
intervenire sugli avvenimenti italiani esercitando una pressione sugli esponenti dei
diversi partiti e, parallelamente, di librarsi in una dimensione transnazionale nel ruolo
del paladino del diritto e della nonviolenza.
Quanto vi fosse di genuino nelle intenzioni di Pannella di conquistare
una dimensione altra di partito permeando il sistema politico nazionale e internazionale
senza una propria organizzazione, e in che misura, invece, quella mossa risultasse
strumentale alla dissoluzione pura e semplice di un partito cresciuto troppo per poter
essere tenuto completamente sotto controllo, è difficile dire. Come spesso nell'agire di
Pannella, il tratto ideale e utopico si intreccia con quello politico-personale. Solo che
in questo caso il primo aspetto, l'opera creativa di un superpartito al di là
delle frontiere politiche e nazionali, era un obiettivo pressoché impossibile da
raggiungersi - come ben presto si dimostrò -, mentre il secondo aspetto, l'opera
distruttiva del partito esistente, era molto più fattibile e facile a realizzarsi.
Quindi la portata di quella scelta si rivelava, ad un tempo, più
concreta e più astratta, della direttiva enunciata. La decisione di sbarazzarsi del
Partito Radicale così come era andato concretandosi negli anni ottanta - un partito che
elettoralmente non superava il 2 -3 % del voto popolare -, rispondeva a una valutazione di
adeguatezza. Il leader era sì consapevole dell'in-iminenza della crisi di regime e della
necessità di attrezzarsi per affrontarla; ma era anche convinto che avrebbe potuto creare
qualcosa di adeguato - un nuovo raggruppamento possibilmente trasversale - avvalendosi
della sola forza della sua leadersbip al di fuori di ogni vincolo collegiale.
Riteneva un intralcio per la sua capacità di progettazione, di iniziativa e di manovra
quel Partito Radicale che alle elezioni conseguiva risultati modesti e che aveva una
classe dirigente qualificata ma limitata e non completamente disponibile ad assecondare i
suoi impulsi.
Il progetto di trasformazione aveva dunque del titanico. Sembrava
lungimirante ma risulterà autodistruttivo. Il "partito transnazionale e
transpartitico", come con una formula ad effetto si autodefinì da allora il Partito
Radicale, non sarebbe arrivato all'appuntamento della crisi di regime in vista della quale
era stato concepito.
L'illusione transnazionale e
transpartitica
La decisione di trasformare il Partito Radicale
fu dunque presa in un'atmosfera brillante, quale poteva essere il congresso di un partito
italiano in una Budapest tutta protesa alla liberalizzazione in senso occidentale. Ai
radicali li convenuti, per lo più italiani e in misura ridotta non italiani, fu
sottoposta una deliberazione innovativo: "Il partito rompe con le proprie strutture,
i propri assetti, le proprie condizioni operative e direzionali divenute inadeguate
rispetto alle nuove prospettive ed esigenze" (2).
Anche formalmente il F-R non sarebbe più stato un normale partito italiano ma si sarebbe
configurato secondo due caratteristiche inedite e distintive.
La prima - la "transpartiticità" - stava a significare che i
suoi aderenti potevano e dovevano provenire da eterogenee e multiple appartenenze
partitiche in quanto il PR non era più un partito che presentava propri candidati alle
elezioni in concorrenza con altri. La seconda - la "transnazionalità" - voleva
dire che le battaglie politiche significative dovevano riguardare obiettivo comuni a
diversi paesi da perseguirsi attraverso i confini nazionali secondo un modello
organizzativo che non giustapponeva gli specifici quadri nazionali ma ne prevedeva una
visione unitaria. Premessa e conseguenza della nuova organizzazione politica, imperniata
sui diritti civili e sulla nonviolenza, era il fatto che il Partito Radicale non sarebbe
stato più presente in quanto tale con il proprio simbolo tradizionale sulla scena
elettorale italiana. La sua effigie, che era stata per lungo tempo la rosa nel pugno,
veniva cambiata nella raffigurazione stilizzata del volto di Gandhi, simbolo della
nonviolenza, iscritto in un ottagono. Si chiudeva così per sempre la vicenda di quel
Partito Radicale che aveva prodotto per quattro legislature - dal '76 al '92 - un certo
numero di eletti al Parlamento nazionale mentre dietro la nuova formula si intravedeva una
ben diversa portata della dissoluzione.
Azzerando il partito, Pannella non solo mirava a rivoltare come un
guanto la sua organizzazione, ma pensava illusoriamente anche di influire sulla
riorganizzazione dell'intero sistema politico italiano con l'obiettivo di provocare un
rimescolamento delle carte e il superamento dei partiti esistenti. L'esempio
dell'autoestinzione elettorale del Partito Radicale avrebbe dovuto servire, a suo avviso,
per stimolare anche altre forze politiche a imboccare lo stesso cammino. Quando qualche
anno dopo, nell'agosto del '94, un giornalista gli pose la domanda se con i referendum
volesse la distruzione del PDS e delle centrali sindacali, cioè del cuore della sinistra
italiana, Pannella rispondeva: "lo propongo solamente quel che noi per primi abbiamo
realizzato, continuamente "autodistruggendoci", biodegradandoci, per evitare di
radicarci come fazione, come coagulo di interessi e professionisti-burocrati, mettendo al
centro e a ragione di unità obiettivi programmatici, ambizioni storici, duri,
alternativi" (3). Era quella la stagione in cui le
diverse forze politiche ridisegnavano il loro ruolo per il futuro e molti osservatori
erano accomunati nell'opinione che sarebbe stata opportuna una riduzione dei troppi
partiti che impedivano un buon funzionamento del sistema democratico. Però tale
riordinamento politico, in mancanza di riforme elettorali e costituzionali che
costringessero i partiti ad autoriformarsi, non poteva che derivare da una loro volontà
soggettiva. Peraltro il PCI di Achille Occhetto, dopo la caduta del Muro, si stava
trasformando e guardava con interesse a quei gruppi che potevano essere parte di una
riorganizzazione unitaria della sinistra.
Così in Pannella la volontà di divenire in qualche maniera
protagonista della riforma politica si collegava a una visione secondo cui i grandi
problemi del nostro tempo non potevano più essere risolti nel quadro nazionale. La pace e
la guerra, l'ambiente, il controllo dell'economia e la democrazia nelle istituzioni erano
tutti aspetti della contemporaneità che andavano affrontati secondo prospettive che
superavano i confini partitici e nazionali, a cominciare dalla questione europea e dal
rapporto con i paesi ex comunisti dell'Euro a orientale che si stavano affacciando alla
democrazia.
Per i radicali transpartitici una lotta politica all'altezza dei tempi
avrebbe dovuto mirare, in Italia, a scompaginare la partitocrazia sclerotizzata e, nel
mondo, a praticare il transnazionalismo intorno ad alcuni obiettivi significativamente
cruciali. I singoli militanti radicali si sarebbero dovuti organizzare all'interno dei
diversi partiti e dei diversi parlamenti nazionali, senza abbandonare le rispettive
appartenenze elettorali e politiche, ma unendosi nel Partito Radicale al di là delle
frontiere nazionali e intorno a obiettivi democratico-rivoluzionari.
L'ambizioso progetto indicato a Budapest, Pannella lo aveva già
cominciato a sperimentare da tempo. Aveva teorizzato la possibilità della doppia tessera
radicale come segno di un'appartenenza non esclusiva e totalizzante ma dell'adesione
individuale a specifici obiettivi definiti annualmente. Verso la metà degli anni ottanta
un certo numero di membri di altri partiti, soprattutto socialisti del PSI, liberali del
PLI e militanti di Nuova Sinistra, avevano aderito al PR. E la stessa cosa era avvenuta
nei confronti delle appartenenze nazionali con l'iscrizione di alcune decine di militanti
in Belgio, Spagna, Portogallo, Francia e nei paesi dell'Europa orientale, e con la
costituzione di nuclei locali che, però, non erano mai riusciti a superare una certa
effimera caducità e un alto tasso di avvicendamento. A testimonianza dell'apertura di un
indirizzo extraitaliano, nel '79 un obiettore di coscienza belga, Jean Fabre, era stato
addirittura portato alla segreteria del Partito Radicale.
Ma in quel momento la svolta significava qualcosa di più e di diverso:
l'interdizione a usare la sigla e il simbolo radicali alle elezioni italiane mutava
radicalmente le condizioni di esistenza di una forza politica che aveva pur lasciato per
un quarto di secolo una significativa traccia nella vicenda nazionale. La prima
sperimentazione di quel che intendeva essere il nuovo PR senza una diretta presenza
elettorale fu effettuata proprio alle elezioni europee della primavera '89, quando alcuni
esponenti radicali si presentarono candidati all'interno di altre liste, con un'operazione
che la stampa definì come la "strategia del cuculo" (4)
interpretando la mossa di Pannella come tendente a depositare le propria uova nei nidi
politici altrui.
Secondo questa linea, Pannella promosse e incoraggiò la disseminazione
dei radicali in diverse liste tra loro concorrenti alle elezioni europee. L'operazione di
maggiore respiro fu quella tentata con la costituzione di un nuovo organismo politico - la
Federazione laica - che avrebbe dovuto raccogliere il PRI, il PLI e lo stesso
leader radicale con l'esclusione del Partito Radicale ma con la presenza, a titolo
individuale, di alcuni intellettuali di area. Le liste laiche facenti capo alla
Federazione (5), che avrebbe dovuto rappresentare il germe
di una nuova forza, naufragarono però al momento del voto da cui risultarono in tutto
eletti per il PRI e il PLI solo tre parlamentari europei compreso Pannella.
Quell'iniziativa fallì, in buona misura per la scarsa convinzione del
segretario repubblicano Giorgio La Malfa e di quello liberale Renato Altissimo nei
confronti di un progetto che andava al di là dei consueti cartelli elettorali, ma anche,
se pure in misura minore, per l'ambiguità della manovra pannelliana. Il leader radicale
non volle portare nelle liste laiche, oltre la propria candidatura, anche il peso
organizzativo e l'influenza radicale perché ritenne di poter giocare su altri tavoli
elettorali in contemporanea all'intesa con i laici, dominando così e influenzando una
gamnìa di situazioni tutte riconducibili alla sua persona.
Perciò alcuni qualificati esponenti radicali - Adelaide Aglietta,
Francesco Rutelli e Franco Corleone - furono incoraggiati a presentarsi sotto le bandiere
ambientaliste dove costituirono le liste Verdi arcobaleno che riportarono un
discreto successo. Giovanni Negri, già brillante segretario del Partito Radicale, fu
inviato in casa socialdemocratica con la pretesa di irrobustire l'autonomia di quel
partitino a fronte delle volontà annessionistiche del PSI, senza che però riuscisse a
farsi eleggere nonostante il notevole dispiego di risorse. Da ultimo, lo stesso Pannella
promosse all'ultimo momento la formazione di una nuova e inedita lista antiproibizionista
composta esclusivamente di militanti radicali non di primissimo piano, guidati da Gino del
Gatto e Marco Taradash, lista che dall'elettorato fu riconosciuta come la presenza
elettorale più radicale e perciò premiata con quattrocentomila voti e un eletto (6).
Quell'elezione dell'89 fu la prima sperimentazione della strategia
transpartitica ma anche l'ultima concepita da Pannella in maniera articolata. Risultò che
l'interpretazione del dettato transpartitico non comportava l'assenza dalle elezioni ma,
al contrario, la presenza di radicali come animatori all'interno di altre liste oppure, in
alternativa, la formazione di nuovi raggruppamenti elettorali fuori dai consueti schemi di
partito. Ma la realizzazione di questa strategia doveva essere affidata esclusivamente
all'iniziativa del capo radicale, il quale, dopo le europee, tentò più volte di
sperimentarla su scala locale, sia presentandosi all'interno di liste di partito
(all'Aquila con il PCI), che dando vita a liste cosiddette "laiche, civiche e
verdi" (con successo a Catania); oppure ricorrendo alla formazione di liste
antiproibizioniste (con scarso successo a Roma). Ogni volta Pannella voleva dimostrare di
poter fare politica in prima persona alla testa di alleanze di diverso tipo senza tuttavia
dovere usare il simbolo radicale.
Ma già dopo un paio di anni di tentativi, la strategia transpartitica
risultò una scommessa perduta. Il rimescolamento delle carte politiche, così tenacemente
perseguito, non avveniva né in accordo con i laici, arroccati nei rispettivi partitini,
né in dialettica con il PSI di Craxi, ormai pienamente immerso nelle pratiche di potere,
e neppure intorno al PCI che pure aveva assunto la nuova denominazione di Partito
Democratico della Sinistra. Infatti, nonostante un'iniziale apertura sancita da Achille
Occhetto, il PDS non avanzò nel processo di trasformazione che avrebbe avuto bisogno
dell'innesto di tradizioni politiche e di classi dirigenti effettivamente diverse da
quelle comuniste. E per ciò che Pannella si trovò a concorrere da solo nella
competizione politica del '92, così come aveva fatto in alcune elezioni locali. Ripiegò
sulla promozione di liste personalizzate - Liste Pannella
(7) - che, alla prova dei fatti, non furono altro che il cattivo surrogato, per
composizione per prestigio e per risultati, delle precedenti liste del Partito Radicale.
In definitiva l'esperimento transpartitico, ben lungi dal provocare la
riorganizzazione degli altri partiti sull'esempio radicale, provocò l'effetto opposto di
far scomparire la presenza organizzata dei radicali senza che si avviasse alcunché di
nuovo. Molti di coloro che erano stati sospinti verso l'arcipelago verde - tra cui
Rutelli, Aglietta e Corleone -, continuarono in quella sede il loro impegno politico
autonomo secondo una logica centrifuga inevitabilmente connessa con il transpartitismo,
mentre lo stesso Pannella era costretto a ricreare uno strumento di intervento politico
sulla scena italiana, attraverso un gruppo-movimento intitolato a se stesso che si
presentava in ogni possibile occasione elettorale.
Rimaneva nel Partito Radicale la dimensione transnazionale da cui
emanavano alcuni progetti e iniziative significativi: per l'ex Jugoslavia, per il diritto
all'ingerenza in difesa dei diritti umani, per listituzione di un tribunale
internazionale sui crimini di guerra, per il Tibet, una nuova normativa internazionale in
materia di droghe, e per l'abolizione della pena di morte. Certo, si trattava di
nobilissime cause che rendevano il Partito Radicale, più che un organismo politico, un
qualcosa di assai simile a una lobby politico-umanitaria; e infatti nel '95 gli giunse
dalle Nazioni Unite il riconoscimento e lo status di "organizzazione non
governativa".
Ma anche in questa dimensione, la vita del Partito Radicale non più
soggetto di quotidiana politica nazionale ma quasi una sua appendice "nobile",
rimaneva gracile. I non italiani che si iscrivevano al partito transnazionale erano pochi (8), tutti provenienti dai paesi dell'Europa orientale -
Russia, Bulgaria, ex Jugoslavia, Albania e Ungheria -, e con i diversi gruppi geografici
che stentavano ad acquisire una qualsiasi rilevanza politica locale. Non si avverava
l'auspicio a lungo coltivato che si formassero nuove classi dirigenti, al di fuori di
quelle tradizionali italiane, con forza propria e in grado di guidare i vari nuclei
disseminati nell'Est.
In sostanza, il Partito Radicale transnazionale e transpartitico non
riusciva a crescere oltre la logica in tutto e per tutto italianocentrica e
pannellocentrica, sicché le stesse adesioni di esponenti politici e parlamentari delle
neonate democrazie esteuropee, sollecitate dalla simpatia per qualche specifico obiettivo,
si configuravano piuttosto come atti individuali, talora di alto contenuto simbolico come
nel caso del sindaco di Sarajevo, ma pur sempre di tipo solidaristico. Anche l'esilissima
struttura organizzativa transnazionale rimaneva tutta in mani italiane che provvedevano a
esportare qui e lì direttive sempre elaborate nell'unico centro motore dell'iniziativa
che rimaneva a Rorna.
Vittorini, Pasolini e Sciascia
tra comunisti e radicali
Il Partito Radicale non era stato sempre cosi
personalizzato nella figura del suo capo come divenne alla fine degli anni ottanta in
occasione della dispersione transpartitica e transnazionale. Aveva nel corso del tempo
esercitato una straordinaria attrazione, paragonabile soltanto a quelle del Partito
d'Azione del dopoguerra e del PCI dei tempi migliori. Gente comune e note personalità
avevano subito il fascino di un movimento in cui effettivamente, e non nominativamente, si
faceva politica diversa, senza dovere sottostare alla logica del potere e
dell'opportunismo realistico penetrati, oltre che nella DC, anche nelle forze laiche,
liberali e democratiche e nella sinistra tradizionale. Per tanta gente i radicali avevano
rappresentato una vera e propria riserva di speranza in un panorama politico fortemente
inquinato dalla corruzione e dalla caduta di qualsiasi tensione ideale.
E vero che in buona misura quell'attrattiva derivava dalla
personalità del leader Pannella, dal suo disinteresse privato e dalla sua capacità di
articolare con suggestione posizioni pubbliche che si levavano al di sopra della
mediocrità; e che l'attrazione si concretava in iscrizioni al partito, in adesioni a
specifiche battaglie e perfino nella partecipazione alle liste elettorali della rosa nel
pugno. Ma questo interesse suscitato dai radicali, non di rado era soggetto a logorio,
tramutandosi nel suo contrario, e particolarmente in avversione contro Pannella.
Nel corso di un ventennio molte e talvolta prestigiose furono le
personalità, tra cui alcuni importanti intellettuali, che avvertirono il richiamo
radicale. Non può sfuggire che Elio Vittorini, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia,
tre grandi scrittori eretici passati attraverso un'esperienza di attrazione e repulsione
con il mondo comunista, stabilissero in decenni successivi un rapporto intenso e speciale
con i radicali, accomunati verosimilmente non solo da una fortuita coincidenza. Erano
forse alla ricerca, in maniera singolarmente parallela, di un movimento che fosse
portatore di idee-forza per trasformare l'Italia. L'interesse dei tre maggiori
intellettuali civili del dopoguerra verso il Partito Radicale può essere considerato una
specie di cartina di tornasole dello spessore delle proposte avanzate dalla minoranza
radicale, nonostante il suo scarso peso politico nel mondo politico tradizionale.
Elio Vittorini dimostrò il suo interesse negli ultimi anni di vita
quando accettò di presiedere l'organismo dirigente di un rinato Partito Radicale a guida
pannelliana, costituito da un piccolo gruppo di giovani. Curando l'opuscolo Il voto
radicale, edito in occasione delle elezioni politiche del '63, così prendeva le
distanze dai maggiori partiti della sinistra: "I socialisti svolgono la loro attuale
politica di centro-sinistra in base alla vecchia impostazione togliattiana che transigeva
su tutte le questioni laiche pur di potere collaborare con i cattolici. E i comunisti
rimangono ben lontani, nel modo in cui conducono la loro opposizione, dal dare quelle
rassicurazioni di carattere "culturale" (di carattere globalmente storico) che
noi ci troviamo, in mancanza d'altro, a cercare in loro"
(9).
Anche Pier Paolo Pasolini, che pure era così impregnato di populismo
marxista, avverti la straordinarietà radicale nella stagione in cui intensificò il suo
impegno civile di grande accusatore del Palazzo. Lo scrittore sottolineò la capacità
radicale di rinnovarsi continuamente attraverso una testimonianza che avrebbe dovuto
rendere direttamente il 3 novembre 1975 al congresso radicale, se quella notte non fosse
stato assassinato alla periferia di Roma: "Sono qui come marxista che vota per il
PCI... che spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali...
Siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro
delle città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete
avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità e non siete soggiaciuti ad alcun
ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicano, e neanche - ed è tutto
dire - di fascisti... Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che
continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente
irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti,
ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi con i diversi; a
scandalizzare; a bestemmiare" (10)
Dal canto suo, Leonardo Sciascia, deluso dall'esperienza comunista,
accettò di militare all'insegna della rosa nel pugno, divenendo nel '79 parlamentare
italiano ed europeo: "Accettando di essere candidato del Partito Radicale nelle
prossime elezioni per A parlamento nazionale ed europeo, so di contraddirmi rispetto a
dichiarazioni che - anche recentemente ho fatto sulla mia vocazione e decisione di essere
soltanto scrittore" (11). Il suo contributo non fu
quello del prestigioso compagno di strada, bensì dell'intellettuale che alimentò con
originalità il pensiero radicale sul diritto e sulla giustizia, identificandovisi appieno
in polemica con i dirigenti comunisti del tempo. "Per quel che il PR nella sua
nonviolenza vuole e tenta di fare e fa - scriveva nel giugno '80 - credo si possa usare il
verbo rompere in tutta la sua violenza morale e metaforica. Rompere i compromessi e le
compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà;
rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando
nelle cose italiane; rompere l'equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra
stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuole dirla con
linguaggio e immagine più quotidiana, prima che si prepari la letale frittata; e così
via ... " (12).
Ma oltre ai tre grandi eretici, furono numerose altre le personalità
che entrarono in contatto politico con i radicali e che però, in molti casi, se ne
allontanarono. Basta scorrere le liste elettorali via via preparate in un ventennio: nel
'76 vi si incontra Maurizio Costanzo; nel '79, oltre a Sciascia, risaltano i nomi del
filosofo Gianni Vattimo, del letterato Carlo Ferdinando Russo, dei giornalisti Gianluigi
Melega e Alfredo Todisco, degli scienziati Adriano Buzzati Traverso e Bruno de Finetti e
delle scrittrici Fernanda Pivano e Barbara Alberti. Sono approdati a candidature radicali
l'ex socialista Aldo Ajello poi alto funzionario dell'ONU, Marco Boato, Mimnio Pinto e Pio
Baldelli ex lottacontinuisti eletti nella rosa nel pugno, l'ex comunista Maria Antonietta
Macciocchi, l'ex suora Marisa Galli. Enzo Tortora non solo fu eletto con il Partito
Radicale al Parlamento europeo nell'84, ma ne divenne presidente quale simbolo della lotta
per la giustizia giusta, salvo poi allontanarsene per contrasti con Pannella. Analogamente
accadde con il cantante Mimmo Modugno eletto deputato, con il giornalista-scrittore Sergio
Turone e con il "difensore civico" Alberto Bertuzzi, mentre Bruno Zevi, deputato
e presidente del partito nel '90, fu promosso e rimosso a presidente "onorario"
allorché il partito fu messo in regime commissariale per meglio portarne a termine la
liquidazione.
E significativo il fatto che tutte le volte che venivano lanciati
appelli per la sopravvivenza radicale, non erano poche le personalità che manifestavano
il loro sostegno, come nel caso della campagna "o lo scegli o lo sciogli" tra
l'autunno '86 e la primavera '87. In tanti scelsero con l'iscrizione al PR, affinché
divenisse un più robusto protagonista della politica italiana: tra i giornalisti Paolo
Franchi, Luigi Irdi, Giampaolo Vitale, Salvatore Rea, Carlo Gregoretti, Nicola Caracciolo,
Vanna Barenghi e Nicky Grauso; nel mondo della cultura e dello spettacolo, il pittore
Piero D'Orazio, Dario Argento, Franco Brusati, Giorgio Albertazzi, Ilaria Occhini, Ugo
Tognazzi, Franco Battiato e Claudio Villa e Vincino; dal mondo del diritto e della
giustizia, Mario Boneschi, Titta Mazzucca, Fulvio Gianaria e, ancora, Adriano Sofri e Alex
Langer e gli esponenti israeliti Giorgio Sacerdoti e Federico Steinhaus insieme a tanti
altri. Certo, le adesione di intellettuali e personalità di spicco non erano
politicamente significative se non per quel che simbolicamente esprimevano circa
l'interesse che l'esperimento radicale riusciva a suscitare negli strati più avvertiti.
Ma anche di quell'ultima campagna contro lo scioglimento, in cui il Partito Radicale
avrebbe potuto irrobustirsi con le tante e autorevoli adesioni, poco o nulla rimase dopo
qualche tempo: come il consenso arrivava a ondate successive, così svaniva dopo un breve
momento di entusiasmo e successo.
Sembrava quasi che il partito procedesse a strappi, in avanti e in
dietro, e che fosse guidato da una mano che prevedeva un perenne avvicendamento nella
rottura d'ogni continuità ad eccezione dell'unico punto fisso rappresentato dalla leadership
pannelliana. Ogni volta si ripeteva il ciclo di una spasmodica ricerca di adesioni perché
il PR potesse rinverdire la sua immagine, ma mai si consentiva che sedimentasse
un'effettiva forza politica, una struttura duratura e un gruppo dirigente riconoscibile.
Al fondo l'idea del partito, per Pannella, era .quella di un satellite artificiale
continuamente degradabile che doveva sempre orbitare intorno al sole immobile della sua
persona.
La liquidazione del gruppo
dirigente
Il transnazionalismo e il transpartitismo non
volevano dire soltanto la fine dell'azione politica e della presenza elettorale radicale
in Italia: rappresentavano anche l'accelerazione del processo di liquidazione della classe
dirigente radicale formatasi nel corso degli anni intorno a una delle più originali
esperienze dell'Italia repubblicana. Nel periodo che va dal congresso di Budapest
(primavera '89) alle elezioni politiche (primavera '92), quando non comparve più sulla
scheda la "rosa nel pugno" ma l'emblema del Movimento Pannella, si
consumò una diaspora degli esponenti che non ha precedenti se non nello scioglimento del
Partito d'Azione nel dopoguerra. Fu il leader in prima persona a promuovere energicamente
l'allontanamento dei quadri radicali, nella convinzione che sarebbe stato impossibile
rivoltare il partito che aveva messo radici nella realtà italiana, fintantoché i suoi
esponenti avessero continuato a fare politica in suo nome.
La scelta distruttiva fu lungamente e lucidamente meditata: per
attuarla Pannella non esitò a ricorrere ad aspre forzature anche nei confronti dei suoi
più antichi e migliori compagni. Era mosso da una complessa volontà in cui si
intrecciavano convinzioni politiche e pulsioni personali volte a configurare la realtà a
propria immagine e somiglianza. Riteneva che il gruppo dirigente radicale avesse subìto
nel corso del tempo una mutazione che aveva trasformato il partito dei militanti in
qualcosa d'altro: e, dunque, per recuperare la tensione originaria occorreva, a suo
avviso, eliminarlo e far maturare nuove energie sotto la sua esclusiva guida. In cuor suo
Pannella pensava che le personalità più significative del gruppo dirigente gli fossero
d'intralcio e indebolissero in qualche modo l'unicità della sua leadership di fronte agli
interlocutori; e riteneva che in ambito radicale non dovessero essere ammesse
interpretazioni politiche che non fossero piattamente ripetitive delle sue direttive.
Soprattutto dopo che il partito si era sviluppato e aveva messo radici, il leader
carismatico - non a caso così unanimemente definito - nutriva il forte desiderio che
l'intero patrimonio radicale, passato presente e futuro, si identificasse con la sua
persona, senza che anche altri potessero rappresentare il nuovo radicalismo liberale. In
breve, "radicale" e "Pannella" dovevano essere termini sinonimi
intercambiabili, e l'intero universo radicale doveva essere identificato con il leader
lasciando, tuttalpiù, angusti spazi di movimento solo a coloro che erano disposti a
reiterare correttamente il suo pensiero. Così, quando il Partito Radicale, senza nulla
cambiare nella sostanza, divenne Movimento Pannella, si compì quella profonda spinta di
completa e assoluta personalizzazione che era stata a lungo coltivata.
Quest'atteggiamento che da sempre covava nel Partito Radicale come una
sorta di statuto non scritto, divenne dominante alla fine degli anni ottanta quando ancora
operava un nucleo di agguerriti dirigenti sia nel paese che in Parlamento. Se il PR non si
era sviluppato come avrebbe potuto, a causa del saldo in pareggio tra coloro che vi
entravano e coloro che ne uscivano, non altrettanto ingessata era la situazione del gruppo
dirigente ben sperimentato, apprezzato e riconosciuto come tale. Diversi eletti della rosa
nel pugno venivano accreditati per una notevole capacità di azione parlamentare e gran
parte dei quadri militanti erano identificati come impareggiabili animatori di iniziative
radicali, ecologiste, nonviolente e libertarie.
La definitiva dispersione di quel significativo patrimonio politico e
umano si attuò quando il progetto di dissoluzione partitica divenne una decisione
congressuale. Gli esponenti che nelle elezioni europee dell'89 erano passati ai Verdi,
vennero incoraggiati a fuoriuscire definitivamente dal mondo radicale: si allontanavano
Francesco Rutelli, ex segretario nazionale ed ex presidente del gruppo parlamentare che
sarebbe poi divenuto sindaco di Roma, Adelaide Aglietta che era stata con grande senso di
responsabilità al vertice partitico e parlamentare, e Franco Corleone, deputato di tre
legislature che sarebbe divenuto portavoce dei Verdi. Ancora prima, un fondatore del
Partito Radicale, Mauro Mellini, che aveva vigorosamente contribuito al divorzio e alle
campagne per la giustizia, fu progressivamente emarginato e quindi indotto ad abbandonare
la sua antica appartenenza. Giovanni Negri, anch'egli ex segretario nazionale e brillante
giovane parlamentare italiano ed europeo, dopo essere stato inviato in partibus
infidelium socialdemocratiche, abbandonò il partito divenuto nel frattempo Movimento
dei Club Pannella e, nel '92, contribuì a dar vita alla lista referendaria di Massimo
Severo Giannini. Successivamente ma inesorabilmente si ritirarono Roberto Cicciomessere,
che si dedicò con Agorà all'informatica, Gianluigi Melega che da giornalista aveva dato
un'ottima prova parlamentare, e tanti altri ancora.
Uno dei distacchi più gravi e dolorosi per l'intero ambiente radicale
fu, senza dubbio, quello di Gianfranco Spadaccia, compagno della prima ora di Pannella e
artefice della ricostruzione del nuovo Partito Radicale negli anni sessanta. Dopo essersi
dimesso nel '90 dal Senato in cui era stimato capogruppo, provò a proseguire in autonomia
la sua lunghissima e fedele milizia radicale, ma dopo alcuni tentativi si ritirò dalla
politica, adducendo l'impossibilità di operare nella difficile situazione creata
dall'avversione di Pannella (13), il quale, dal canto suo,
non esitò a privarsi volontariamente del più stretto e valido collaboratore. Io stesso,
che avevo animato l'iniziativa radicale nelle inchieste parlamentari negli anni ottanta,
fui richiesto di abbandonare il Parlamento contemporaneamente a Spadaccia e
sostanzialmente messo in condizione di fuoriuscire dalla politica radicale.
Con tali abbandoni si andava compiendo il disegno pannelliano di
azzeramento della classe dirigente. Ne risultò un autentico sperpero con l'interruzione
di un'esperienza politica unica che indusse un numero sempre maggiore di militanti ad
abbandonare l'impegno pubblico o a migrare senza entusiasmo in altri gruppi politici. Solo
in quella particolarissima combinazione di attitudini e sentimenti, di capacità e
volontà che era stato per una ventina d'anni il Partito Radicale, si era potuto
realizzare il miracolo della ricostruzione e del rilancio di una politica liberale non
moderata che era riuscita a conseguire straordinarie conquiste.
Da allora i pochi esponenti radicali rimasti in campo non potevano che
acconciarsi ad applicare fedelmente nell'ambito di un movimento fortemente personalizzato
le direttive di Pannella. Ma dalla diaspora derivò un'altra conseguenza: l'impoverimento
dell'intera politica italiana proprio nel momento in cui si producevano profonde
trasformazioni che avrebbero richiesto l'intervento di energie politiche competenti e non
compromesse. Quel che in politica fa la qualità complessiva di una forza, non è tanto la
somma dei singoli apporti o il vigore di una leadership solitaria, quanto il modo in cui i
contributi individuali interagiscono tra loro e tutt'insieme con colui che ha funzioni
leaderistiche. Fino all'89 il Partito Radicale era stato, nel meglio e nel peggio, una
felice combinazione di molti e diversi fattori da cui aveva tratto alimento una forza
politica con un peso politico molto più incidente del suo peso elettorale. Una volta
scomparse quelle condizioni, nonostante i periodici appelli di Pannella per raccogliere
intorno a sé e al suo movimento nuove energie, militanti di diversa origine e
intellettuali di spícco, non si sarebbe più ricostituito un gruppo cosi speciale, come
era stato quello radicale, né si sarebbe sviluppata un'equivalente forza politica.
La disgregazione del più importante gruppo dirigente
liberal-riformatore attivo nella politica militante mai costituitosi in Italia sin dai
tempi del Partito d'Azione avrebbe pesato sull'esito della crisi della Repubblica. Con il
crollo dei partiti laici e lo spappolamento del Psi, l'unica personalità di
quellarea, con le carte in regola per non essere travolta dal crollo della
partitocrazia, e con i numeri per divenire un punto di riferimento per liberali e
riformatori, avrebbe potuto essere Marco Pannella. Ma a leader radicale, rimasto per
scelta solo, senza un partito ma con un movimento personale e senza una classe dirigente
ma con un pugno di seguaci, non è stato più in condizione di esercitare efficacemente la
leadership al di fuori di un ristretto circolo. Le sue iniziative sono continuate
nella rigorosa tradizione radicale ma ogni volta stentavano ad affermarsi. Ed è proprio
questa, probabilmente, una delle ragioni - se non la ragione - per cui Pannella non
è riuscito a imporsi come leader nel momento del crollo della Prima Repubblica. Se si
considera che sono passati indenni nella nuova stagione non solo D'Alema e Fini, che
avevano dietro di sé partiti ben strutturati come il PDS erede del PCI e AN erede del
MSI, ma anche personaggi non proprio di prima linea provenienti dalla DC, è paradossale
che non un solo esponente laico e riformatore abbia esercitato una funzione rilevante
nell'era postproporzionalistica e postdemocristiana, e tra questi neppure Pannella sia
riuscito nell'intento.
Si può discutere all'infinito se è destino che in Italia coloro che
esprimono, posizioni intransigenti debbano essere necessariamente relegati al
minoritarismo e all'isolamento, cosi come è opinabile ritenere che il corso degli eventi
sarebbe stato diverso se Pannella, invece di presentarsi "sguarnito", fosse
arrivato alla svolta del '94 "guarnito" di un partito e di un gruppo dirigente.
Come si sa, la storia anche recente non si può fare con i "se". Certo è però
che i grandi consensi che i radicali ottennero in alcuni momenti felici e le tante
adesioni raccolte ancora nell'87, erano indirizzati a un partito che rappresentava
qualcosa di più di un semplice personaggio-leader, pur se d'indiscussa qualità. Forse è
da ricercarsi proprio qui il motivo per cui i frutti della lunga semina radicale del
liberalismo riformatore, quando è arrivata la nuova stagione, non sono stati raccolti da
coloro che ne avevano i titoli.
Tra bipartitismo e piccolo gruppo
Per Pannella non è stato un accidente il
ritrovarsi leader solitario ai margini della scena politica nel momento del tramonto della
prima Repubblica. Ha rappresentato l'approdo di un percorso contraddittorio, stretto tra
una certa idea della politica italiana e un modo di intendere la propria funzione di
leader nazionale. Se si tenta un bilancio del radicalismo pannelliano, ci si imbatte
inevitabilmente in un nodo che si ripresenta nei momenti di successo come in quelli di
smacco del leader: una sorta di schizofrenia politica che segna la distanza tra gli
obiettivi che intende perseguire e gli strumenti che impiega.
Da tempo il modello di democrazia che Pannella inseguiva era il
bipartitismo "all'inglese" o "all'americana", come aveva spesso
reiterato ben prima dell'ultima stagione quando la riforma elettorale e la
riorganizzazione partitica sono divenute attuali. Per combattere la frantumazione
partitica generata dal proporzionalismo e per sconfiggere la conseguente corruzione
istituzionale, la sua ricetta consisteva in una riforma della politica riguardante una
modifica degli istituti atti a favorire il passaggio dalla democrazia della consociazione
alla democrazia dell'alternanza. In questa prospettiva sarebbe stata necessaria la
formazione di due grandi partiti moderni, uno conservatore e l'altro riformatore, mettendo
da parte le appartenenze ideologiche e dando vita a raggruppamenti all'interno dei quali
potessero convivere persone di diversa estrazione unite solo dagli obiettivi politici.
Se questo era il quadro di riferimento concettuale in cui si iscriveva
il disegno riformatore, ne conseguiva la necessità di provocare in Italia la rottura del
tradizionale equilibrio basato sui due maggiori partiti - la Democrazia Cristiana e il
Partito Comunista - con il contorno dei partiti minori alleati e la creazione di un
diverso assetto. Sarebbe stato necessario dar vita a una nuova forza politica riformatrice
che sostituisse il PCI o risultasse dalla sua profonda trasformazione in senso
democratico-occidentale. Il modello di questo disegno strategico si scorgeva
nell'evoluzione della politica francese degli anni settanta: dapprima François Mitterrand
aveva trasformato il Partito Socialista, poi era stato riequilibrato il rapporto tra
sinistra non comunista e comunisti, quindi il polo riformatore con Mitterrand si era
candidato alla guida del paese grazie al presidenzialismo bipolare.
Ma, in Italia, chi poteva essere il Mitterrand? Nel momento della crisi
del compromesso storico alla fine degli anni settanta, sia Pannella che Craxi avrebbero
potuto interpretare la parte di leader di una sinistra democratica e riformatrice,
alternativa, non consociata con la DC e competitiva con il Partito Comunista. Entrambe le
personalità possedevano alcuni numeri per esserlo. Craxi aveva disincagliato il debole
Partito Socialista dalle secche di una lunga subordinazione al PCI e alla DC; Pannella
aveva ricostruito una combattiva postazione liberalriformatrice intorno ai diritti civili
e alle battaglie di libertà. Sia il socialista che il radicale avrebbero potuto federare
i vari spezzoni laici, liberali, democratici e socialisti che per un quarto di secolo si
erano combattuti, lasciando l'egemonia nel paese in mani cattoliche e comuniste. Avrebbe
potuto portare a compimento quest'opera di trasformazione del sistema politico quello tra
i due - Craxi o Pannella - che avesse scelto la migliore strategia politica e avesse
dimostrato di sapere esercitare una leadership al di là dei recinti dei rispettivi
partiti.
La vicenda craxiana è troppo nota per doverne qui richiamare la
rovinosa parabola: il segretario del PSI preferì puntare sulla dimensione di potere del
partito ricalcando quella strategia di occupazione della società e delle istituzioni che
connotava i suoi avversari, DC e PCI. Non divenne perciò il leader di un grande
schieramento riformatore né il federatore della sinistra non comunista, ma andò sempre
più alla deriva causando, alla fine, la disintegrazione dello stesso socialismo
organizzato. Pannella, invece, dopo aver perseguito negli anni settanta la strategia dei
diritti civili, continuò nel decennio successivo a far politica con il piccolo Partito
Radicale, accentuandone però la dimensione profetica. Così, quando il logoramento della
prima Repubblica arrivò al punto terminale, nessuno dei due personaggi che un decennio
prima erano sembrati potenziali candidati alla leadership dei riformatori, riuscì a
compiere l'impresa: Craxi per le ragioni conosciute, e Pannella per le scelte di
comportamento politico che via via andò compiendo in solitudine.
Fin dall'inizio in Pannella erano convissute potenzialità di
leadership suscettibili di diversa evoluzione: in un senso avrebbe potuto guidare una
forza politica, punto di attrazione di un più vasto e significativo schieramento
riformatore e, in un altro senso, avrebbe potuto esaltare la sua vocazione di profeta che
parla direttamente alla gente senza mediazioni politiche e la sua attitudine da capotribù
seguito da un manipolo di fedeli pronti a tutto. Insomma in lui avrebbe potuto avere la
meglio l'una o l'altra personalità leaderistica, nel caso in cui fosse prevalso
l'interesse ad organizzare una forza politica liberalsocialista moderna e non
niinoritaria, quale un Mitterrand all'italiana, oppure se fosse esplosa quella pulsione
fortemente individualistica un po' da Gandhi e un po' da corsaro nero.
I risultati elettorali del '79 (al PR il 3,5 % del voto nazionale con
punte alte dell'8-10% nelle grandi aree metropolitane, e l'elezione di diciotto deputati,
due senatori e tre parlamentari europei) (14) che vennero
generalmente considerati come un successo radicale anticonsociativo, non furono tuttavia
ritenuti sufficienti da Pannella, si da indurlo a puntare sul Partito Radicale come nucleo
riorganizzante della nuova sinistra democratica a vocazione non minoritaria. Ed è perciò
che cominciò a prendere il sopravvento il secondo aspetto della sua personalità - quella
del profeta e del capotribù - mentre andavano deperendo d'importanza le iniziative del
leader politico federatore alla Mitterrand.
Il modo in cui si plasma la personalità pannelliana secondo questo
indirizzo è riscontrabde nei temi politicamente prioritari prescelti dopo l'80, a
cominciare da quello profetico e apocalittico della fame nel mondo. Quell'anno fu
introdotto un preambolo allo statuto che faceva del Partito Radicale una specie di
strumento definitivo della disobbedienza civile secondo imperativi categorici assoluti:
"Il Partito radicale proclama... il dovere alla disobbedienza, alla
non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta
per la difesa - con la vita - della vita, del diritto, della legge... Dichiara di
conferire all'imperativo del non uccidere" valore di legge storicamente assoluta,
senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa" (15).
A voler dare valore a quel documento, come certamente lo aveva nella
consapevolezza di Pannella, i radicali non sarebbero più dovuti essere un gruppo che si
batteva per obiettivi perseguibili con intese e alleanze, con la ricerca del consenso
elettorale e attraverso altre vie politiche tradizionali, ma si sarebbero dovuti
configurare quasi come una comunità parareligiosa immersa però nella lotta politica
quotidiana, nella quale dovevano far valere con armi estreme i propri valori assoluti. In
questa visione Pannella riteneva di poter imporre in Italia una campagna per salvare
milioni di bambini affamati con la sola forza di trascinamento, costituendo al tempo
stesso un esempio per gli altri paesi sviluppati. Confidava di poter trasmettere un
messaggio così alto e difficile diretto particolarmente ad aprire un dialogo con il mondo
cattolico: difetti il suo principale strumento d'intervento divenne per un certo periodo
il digiuno, la più antica e classica modalità di azione a disposizione del singolo
individuo.
Viceversa, la politica dei diritti civili, che era stata la spina
dorsale dell'insediamento radicale nel paese e il carattere distintivo della nuova forza
liberale e riformatrice a fronte delle culture politiche cattolica e comunista, perse mano
a mano di importanza. Quando, per esempio, qualche anno dopo furono avviate le iniziative
del caso Tortora e per la giustizia giusta, non ebbero quell'attenzione che meritavano
nonostante che la questione sollevata trovasse largo ascolto nel paese. Nello stesso
periodo, per l'indisponibilità e l'opposizione di Craxi divenuto presidente del
Consiglio, fallirono i vari tentativi di coalizzare i socialisti e i laici in una
federazione o un partito federato capace di rappresentare nei contenuti politici e nel
peso elettorale un'alternativa riformatrice alla DC e al PCI. Così, con il venir meno del
disegno di tipo mitterrandiano, Pannella si rinchiudeva in una leadership solitaria
affidata alla sola forza di convincimento personale.
Anche nelle scadenze elettorali, la direzione di marcia del PRdivenne
sempre più nevrotico, secondo un andamento più da piccola banda di fedelissimi che segue
le decisioni dell'ultima ora del suo capo che non di una forza che ambisce svolgere un
ruolo sulla scena politica nazionale. Nell'83 A Partito Radicale optò per il non voto ma
poi presentò le liste della rosa nel pugno con una decisione assai contraddittoria.
Nell'87, sulla base di un assunto tutto formalistico di non-discríminazione, fu offerto
il destro per la perversa trasformazione promossa dai media della pornostar Ilona
Staller, in arte Cicciolina, in emblema radicale, con la conseguente dissipazione in un
sol colpo di un patrimonio di credibilità faticosamente conquistato. Nell'89 furono
impostati tanti giochi su diversi tavoli elettorali che ne derivò una diaspora rivelatasi
disastrosa. Nel '92, infine, l'annientamento radicale arrivò a compimento con la
sostituzione della rosa nel pugno con l'emblema con la dicitura pannelliana. Erano questi,
nel corso del tempo, tutti segni dell'opzione di fondo pannelliana di navigare nella
politica italiana con un proprio piccolo vascello personale, piuttosto che impegnarsi
nella difficile costruzione di una portaerei capace di traghettare una più solida armata
verso ambiziosi obiettivi.
Tirando le somme del processo di evoluzione pannelliano, è fondata la
sensazione che il leader scambiasse sempre più la possibilità di esercitare un'influenza
politica grazie al rigore e al fascino con cui presentava le scelte e i contenuti che gli
erano cari, con l'attento ascolto che di volta in volta riceveva o riteneva di ricevere da
parte di questo o quell'esponente politico. Insomma la sconfinata fiducia in se stesso lo
portava a confondere gli effetti spesso effimeri del suo carisma con il successo della sua
linea politica, e a scambiare le attestazioni di simpatia e di stima personale con
l'affermazione della sua leadership. Questo equivoco ha dato luogo periodicamente a
situazioni paradossali i cui protagonisti sono di volta in volta stati Bettino Craxi,
segretario del PSI, e Mino Martinazzoli, leader della DC, poi Giuliano Amato, presidente
del Consiglio, e Oscar Luigi Scalfaro, sostenuto alla presidenza della Camera e della
Repubblica e, infine, lo stesso Silvio Berlusconi. L'amicizia dimostrata da questo o quel
personaggio in un determinato momento, ha fatto illusoriamente credere a Pannella che la
sua politica potesse contare su uno specifico e importante sostegno, salvo poi constatare
che si trattava di un miraggio.
Dai referendum, nessuna nuova classe politica
Mentre il Partito Radicale si dissolveva, nelle vene profonde del paese
stava maturando una rivoluzione che avrebbe mutato l'intera scena politica. Ne era un
sintomo il consenso plebiscitario ottenuto dal referendum del '91 per la preferenza unica
(partecipanti 62,2%, votanti "sì" 95,6%), l'unico dei quesiti elettorali
antiproporzionalisti ammesso dalla Corte Costituzionale. I ventisette milioni di italiani
che si erano recati alle urne per esprimere un voto positivo, in realtà manifestarono,
nell'unica maniera possibile, una richiesta di cambiamento e una volontà di liquidazione
dei partiti che andavano ben al di là dello specifico quesito referendario. Il sistema
era allo sbando e il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sensibile antenna
degli umori del paese, inviava al Parlamento un solenne messaggio per richiamare
l'attenzione sulla necessità della riforma politicocostituzionale per ricostituire un
rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Ammaestrati dalle tante energie che erano state suscitate dai
referendum e dall'impatto del voto plebiscitario, alcuni esponenti referendari, tra cui io
stesso, ci eravamo fatti la convinzione che quella referendaria fosse la strada maestra
per provocare, con la modifica del sistema elettorale, la riforma politica. Solo
potenziando e allargando gli obiettivi referendari e costituendo intorno ad essi un
inedito schieramento politico riformatore, si sarebbero potute abbattere le vecchie
incrostazioni partitiche e aprire una nuova prospettiva democratica superando d'un colpo
gli attendismi e gli equilibrismi parlamentari.
Quando, su iniziativa del Comitato per le riforme elettorali (COREL)
presieduto da Mariotto Segni, fu avviata nell'estate '91 la seconda campagna per i
referendum elettorali antiproporzionalisti, alcuni di noi , esponenti del COREL (16), proposero l'allargamento del pacchetto referendario con
l'inclusione anche di quesiti antipartitocratici. Ci muoveva l'idea di costituire una
piattaforma d'azione riformatrice con l'inclusione, insieme a quello elettorale, anche di
altri bersagli: l'invadenza dello Stato, l'occupazione partitica dell'economia e l'abuso
del potere. Ragion per cui, al rifiuto di Segni e di altri cattolici e pidiessini di
ampliare lo spettro dell'impegno referendario per farne l'embrione di una ipotesi politica
più ampia, decidemmo di costituire un Cornitato per le riforme democratiche (CORID)
guidato da Massimo Severo Giannini, con l'obiettivo di organizzare i referendum
antipartitocratici pur mantenendo la collaborazione con il comitato segniano.
Intorno a quelle diverse ma convergenti iniziative referendarie si
mobilitarono in tutt'Italia centinaia di gruppi che spesso non si identificavano con
alcuna specifica appartenenza politica, ma si richiamavano a entrambi i comitati - Segni e
Giannini - a cui si aggiunsero in un secondo momento anche i gruppi pannelliani impegnati
a raccogliere le firme su un terzo pacchetto di referendum. Pertanto, nel gennaio '92,
giunsero in porto ben dodici referendum che avevano superato la soglia delle
cinquecentomila firme: tre referendum elettorali del COREL volti ad abrogare le leggi
elettorali proporzionali del Senato e dei comuni; tre referendum del CORID per liberare la
pubblica amministrazione dall'occupazione partitica nelle partecipazioni statali, nelle
banche e nell'intervento straordinario nel Mezzogiorno; e tre referendum pannelliani sulla
droga, sul finanziamento pubblico ai partiti e su questioni ambientali. I milioni di
firme, così facilmente raccolte su tutti i referendum, stavano a dimostrare che
l'aspettativa di cambiamento ormai percorreva apertamente ampi strati di opinione
pubblica. I referendum fungevano quasi da parafulmine rispetto alla protesta dei tanti
cittadini che non avevano altra possibilità di partecipare al processo decisionale se non
quella referendaria.
Con questi presupposti, allorché nel febbraio '92 furono indette le
elezioni politiche anticipate, noi del comitato Giannini decidemmo di concorrere alle
elezioni con liste denominate Referendum/Sì, autonome da tutti i partiti
tradizionali. La decisione fu assunta dopo che furono svaniti diversi tentativi di formare
un'alleanza elettorale tra tutti quei referendari che si erano impegnati a sbloccare la
politica italiana. Ci muoveva la valutazione che vi fosse in potenza un diffuso consenso
per il partito del cambiamento, fino ad allora manifestatosi solo per via referendaria ma
suscettibile di essere captato anche dal voto politico, stante la crisi di tutte le forze
politiche di governo e d'opposizione, maggiori e minori. Del resto i segni del possibile
terremoto elettorale si andavano moltiplicando, non ultimo il voto che la Lega di Bossi,
unico partito nuovo contrapposto a quelli tradizionali, raccoglieva nella Padania. La
condizione primaria per convogliare la protesta fluttuante sembrava essere la
presentazione di una proposta semplice, esterna al tradizionale sistema dei partiti e
sostenuta da una leadership autorevole al di sopra d'ogni sospetto. Quando però provammo
a ipotizzare un inedito schieramento elettorale che potesse rappresentare un'alternativa
ai vecchi partiti, nessuno degli interlocutori - che aveva i titoli referendari e il
profilo necessario per guidare il processo di rinnovamento, ebbe il coraggio di rischiare
l'iniziativa di rottura.
Non Mariotto Segni che come leader referendario, esaltato in quel
momento da tutti i mezzi di comunicazione di massa, era nelle migliori condizioni per
capeggiare l'operazione che lo avrebbe portato alla testa del rinnovamento democratico.
Non se la senti di rompere con la casa madre democristiana, volendo mantenere i
collegamenti con il retroterra cattolico ma rinunziando - in tal modo a farsi leader dei
referendari innovatosi presenti anche nel PDS, PRI e PLI. Optò invece per un irrilevante
Patto (17) tra candidati inseriti nelle liste
tradizionali che ben presto si rivelò niente altro che una pura facciata dietro la quale
poterono dispiegarsi le consuete pratiche trasformistiche.
Non volle aprirsi a un progetto di ampio respiro che implicasse intese
elettorali neppure Marco Pannella. Non riuscì a vedere quale accelerazione avesse assunto
il processo disgregativo della Repubblica, e pertanto preferì la solitaria presenza
elettorale con una lista personalizzata che ottenne l'1,2% dei voti, un ben modesto
risultato se si considera che il leader radicale era stato l'inventore e l'animatore della
strategia referendaria. Allo stesso modo non vollero uscire dal guscio dei loro rispettivi
partiti, interessati solo a conservare una piccola rendita elettorale connessa con il
sistema proporzionale, anche i segretari del PRI, Giorgio La Malfa, e del PLI, Renato
Altissimo, ai quali pure fu proposto di confluire con i loro limitati patrimoni elettorali
in un più ampio e rinnovato schieramento riformatore referendario.
Fu per questo che il gruppo Giannini si assunse da solo la
responsabilità di presentare le liste referendarie. Nel momento in cui tutti i
protagonisti dei referendum ripiegavano nelle rispettive formazioni tradizionali, fu
azzardata un'impresa politico-elettorale di grande difficoltà. I consensi che
inizialmente si riversarono sull'ipotesi di liste sganciate dai partiti furono numerosi,
significativi e promettenti. Sottoscrissero un appello di sostegno il Nobel Rita Levi
Montalcini, il noto fiscalista Victor Ukmar insieme con Massimo Severo Giannini che per la
prima volta, dopo cinquant'anni, entrava direttamente in lizza elettorale impegnando il
suo autorevole e disinteressato patrocinio. Insieme a loro entrarono nel comitato
promotore il liberale e liberista Antonio Martino e l'intellettuale della sinistra
democratica postcomunista Ferdinando Adornato che si affiancavano ai liberaldemocratici
Ernesto Galli della Loggia e Marcello Pera e ai tre parlamentari radicali, Giovanni Negri,
Peppino Calderisi e me stesso.
La "lista Referendum" si presentava con una limitata
piattaforma d'azione politica: a) la difesa di tutti i referendum per sottoporre al
voto popolare un ampia gamma di temi non graditi ai partiti; b) la riforma della
legge elettorale da proporzionale a maggioritaria-uninominale; e c) la lotta alla
partitocrazia su tutti i fronti esemplificata dai referendum Giannini. A guidare le liste
circoscrizionali, oltre ai promotori, si raccolse una folta e variegata schiera di
personalità: lo storico dell'arte Federico Zeri, l'intellettuale liberale Nicola
Matteucci, il filosofo Giacomo Marramao, Lisa Giua Foa libertaria di nuova sinistra,
l'ambientalista Francesco Mezzatesta, il presidente onorario della Corte dei Conti Onorato
Sepe, i magistrati Celestino Zeuli e Vincenzo Vitale, le femministe Carla Sepe e Ginevra
Conti Odorisio, e tanti altri ancora. Il carattere della lista risultava anticipatore in
quanto, per la prima volta, erano deliberatamente infrante le omogeneità di appartenenza
e intorno a un innovativo se pur limitato programma di azione politica si raccoglievano
personalità diverse, di destra o di sinistra, tutte rigorosamente estranee alla logica
partitocratica. E fu proprio questo carattere dell'iniziativa, per così dire
"rivoluzionaria", che suscitò la diffidenza concentrica dei partiti
tradizionale - dal PDS al PSI, dal PRI al PLI - e degli stessi esponenti referendari dei
partiti che scorgevano in quello stile innovativo un germe disgregante degli equilibri
consolidati.
Le elezioni del 5 aprile 1992 determinarono, come previsto, un
terremoto. La Lega di Bossi ottenne oltre tre milioni di voti; i tre partiti maggiori -
DC, PDS e PSI -, che in precedenza avevano raggiunto complessivamente l'84% dei voti,
scesero al di sotto del 60%. Le liste Giannini ottennero quasi l'1% del voto popolare e
nessun eletto in Parlamento poiché per poche migliaia di voti fallirono il quorum in
un collegio elettorale mentre in alcune grandi città, in special modo Roma, Torino e
Bari, conseguirono prove relativamente lusinghiere. Fu subito chiaro che diversi e
concorrenti erano stati i fattori che avevano contribuito al loro fallimento: la generale
ostilità delle altre forze politiche che esorcizzarono un precedente che avrebbe potuto
scompaginare le impermeabilità partitiche; il silenzio dei mezzi di comunicazione di
massa; e la ristrettezza del tempo insieme con l'indisponibilità di finanziamenti con cui
l'operazione fu condotta a termine.
Furono meno di sessanta i giorni di cui i promotori poterono disporre
per prendere la decisione iniziale, impiantare la modesta organizzazione, formare le liste
ex novo e apprestare i minimi mezzi di propaganda. E il totale delle risorse
finanziarie disponibili non superò i seicento milioni, interamente raccolti tra una
decina di promotori e un centinaio di sostenitori individuali che generosamente vollero
autofinanziare l'impresa. Si aggiungeva il fatto che molti di coloro che pure potevano
ritenersi vicini all'esperimento Giannini, si adoperarono perché non andasse in porto,
ritenendo che il regime dei partiti e partitini potesse ancora durare a lungo nel vecchio
equilibrio. Anche Pannella, che pure in un primo momento era sembrato favorire la
presentazione della lista, nel momento cruciale contribuì con i messaggi allarmistici di
Radio Radicale al suo fallimento, probabilmente ritenendo che se l'esperimento fosse
riuscito, si sarebbe arrestata la diaspora radicale.
L'insuccesso della lista Giannini assumeva però un significato ben
più generale delle ragioni stesse per cui era stata promossa. Dal movimento referendario,
che era stato all'origine della rottura del regime dei partiti, non scaturiva alcuna forza
politica e alcuna classe dirigente in grado di guidare il rinnovamento del paese. La
rinunzia di Segni di mettersi alla testa di un autonomo movimento referendario era il
preludio del basso profilo con cui egli stesso avrebbe affrontato le elezioni del '94 con
il "Patto Segni" e, quindi, del successivo tramonto della sua stella. La scelta
individualistica allora effettuata da Pannella non sarebbe stata in seguito smentita, ma
anzi accentuata, nonostante i vari tentativi di uscire dal ghetto in cui si era
volontariamente recluso. Le altre personalità politiche, che potevano traghettare la
prima Repubblica verso la seconda, cominciarono allora a difendere ostinatamente le loro
botteghe partitiche, salvo poi capitolare di fronte all'irruzione del berlusconismo e alla
permanenza delle legioni postcomuniste.
Le elezioni della primavera '92 furono le ultime della prima Repubblica
e le prime dei tempi nuovi; e per questo la situazione era ancora indefinita e aperta a
diversi sviluppi. In quella primissima fase della transizione sarebbe stato agevole per i
referendari impostare una nuova forza politica democratica molto più di quanto non lo
sarebbe divenuto successivamente con l'entrata sulla scena politica di nuovi protagonisti
che erano stati in gran parte estranei al movimento referendario.
Note
(1) Le citazioni che precedono sono tutte tratte da
documenti ufficiali e da appunti presi dall'autore al momento degli eventi.
(2) Il percorso per la costituzione del nuovo partito
transnazionale, documento della segreteria del PR mimeografato, gennaio 1991.
(3) Sinistra, non fare come i serbi, intervista
di Maurizio Tropeano, "La Stampa", 19 agosto 1994.
(4) Vedi, ad esempio, il capitolo 1989 - Il
cuculo, in M. Suttora, Pannella, i segreti di un
istrione (on line nel sito).
(5) Per sovrintendere alla federazione laica fu
costituito un comitato con rappresentanti non strettamente di partito del PLI (Giulio
Giorefio, Antonio Baslini, Paolo Battistuzzi), PRI (Carlo Bemardini, Guido Artorn, Carlo
Laurenzi), e radicali (Bruno Zevi, Angelo Panebianco, Massimo Teodori), presieduta da
Emesto Galli della Loggia. Tra i candidati d'origine radicale, oltre a Pannella, v'erano
Piero Craveri, Gianfranco Dell'Alba, Alexandre De Perlinghi, Piero D'Orazio, Ilaria
Occhini, Massimo Teodori e Bruno Zevi. La lista laica conseguì il 4,4% dei voti con tre
eletti, tra cui Marco Pannella nella circoscrizione Sud.
(6) Candidati radicali nelle liste Verdi
arcobaleno furono Adelaide Aglietta (eletta), Franco Corleone e Francesco Rutelli; nel
PSDI, Giovanni Negri, Lorenzo Strik Lievers e Antonio Stango. La lista antiproibizionista
aveva come capilista Gino del Gatto e Marco Taradash (eletto) ottenendo l'1,2% del voto.
(7) La lista Pannella, espressione del Movimento
dei Club Marco Pannella, di lotte civili', ambientaliste e per la riforma.
(8) Nel '93 gli iscritti al PR erano 42.669 di cui
37.763 italiani; nel '94, 5.283 di cui 3.870 italiani; nel '95, 3.791 di cui 2.982
Italiani. Nel luglio '95 gli iscritti più numerosi divisi per paese erano: Russia 146;
Azerbaijan 77; Bulgaria 63; Croazia 60; Romania 55; Ucraina 49; Albania 40; Georgia 34.
(9) Il voto radicale.
(10) P.P. Pasolini, Lettere luterane.
(11) Leonardo Sciascia, Perché con i radicali, "Notizie
radicali", 27 aprile 1979; anche in A. Maori, Leonardo Sciascia.
(12) Leonardo Sciascia, "Notizie
Radicali", n. 129, 3 giugno 1989.
(13) Dalla lettera di dimissioni di Gianfranco
Spadaccia, giugno '91: "Ho maturato la decisione di rinunciare a ogni forma di
impegno politica attivo. Ciò è dovuto alla convinzione che, almeno per quanto mi
riguarda, non esistono le condizioni soggettive (personali e interpersonali) e oggettive
(di praticabilità della lotta politica) perché tale impegno sia produttivo e non invece
illusorio, per me e per gli altri"; in "Radicali per la riforma", Roma, 26
luglio 1991.
(14) Alle elezioni politiche del giugno '79 le liste
del Partito Radicale ottennero alla Camera diciotto eletti con d 3,5% dei voti, al Senato
due eletti con il 2,5%, e al Parlamento europeo tre eletti con il 3,7% dei voti. Questo
l'elenco generale degli- eletti: Adelaide Aglietta, Aldo Ajello, Marco Boato, Emma Bonino,
Franco De Caesscrel Marcello Crivellini, Adele Faccio, taldo, Roberto Cicciomessere,
Marisa Galli, Maria Antonietta Macciocchi, Gianluigi Melega, Mauro Mellini, Marco
Pannella, Mimmo Pinto, Franco Roccella, Leonardo Sciascia, Gianfranco Spadaccia, Sergio
Stanzani, Massimo Teodori, Alessandro Tessari.
(15) Preambolo allo statuto del Partito
Radicale, in I radicali e la nonviolenza.
(16) Comitato per le riforme democratiche (CORTD) Si
è Costituito nel settembre '91 e ha promosso tre referendum: abolizione delle nomine
bancarie governative, dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno, e dei ministero delle
Partecipazioni statali, che si sono tenuti con successo nell'aprile '93. Presieduto da
Massimo Severo Giannini, del comitato promotore facevano parte: Antonio Baslini, Antonio
Bassolino, Ada Becchi (segreteria), Giuseppe Benedetto, Alfredo Biondi, Giorgio Bogí,
Peppino Calderisi, Antonio Del Pennino, Mauro Dutto (segr.), Ottavio Lavaggi, Giacomo
Marramao, Fabio Mussi, Toni Muzi Falcone, Giovanni Negri (segr.), Massimo Nicolazzi, Piero
Pozzoli, Cesare Salvi, Massimo Teodori.
(17) Alle elezioni del 5 aprile 1992, Segni
raggruppò nel cosiddetto "Patto" quei candidati di tutte le liste che si
impegnavano ad appoggiare in Parlamento il collegio uninominale maggioritario e l'elezione
diretta dei sindaco, indipendentemente dalle posizioni dei partiti di appartenenza.
Sottoscrissero l'impegno 457 candidati nelle liste DC, PDSI PIU, PLI, Rete, Union
Valdotaine, Verdi, e ne risultarono eletti 168: quaranta DC, ottantatré PDS, sette PLI,
sedici PRI, cinque Rete, due UV, e due Verdi. Ma, in Parlamento nelle votazione sulle
leggi elettorali, non si comportarono difformemente dai gruppi di appartenenza.
|